Una mano posata sul bordo di un grande orcio di terracotta, dietro altri vasi in fila su un tavolo e la bocca ad arco del forno.

Manufatti e artigianato

Terracotta

La terracotta non è un materiale aristocratico. È terra, semplicemente: argilla rossa che la Toscana centrale ha dato a man bassa per secoli, e che ha vestito i tetti, i pavimenti, i giardini, le cucine di mezza Italia. Ha colore di sangue caldo dopo la cottura, suono pieno se la batti con le nocche, peso che parla del lavoro che ci è stato dentro. È un mestiere umile e antichissimo che a un certo punto della storia toscana è diventato eccellenza riconosciuta, e così è rimasto.

Orci di terracotta allineati sotto una tettoia e davanti ai portoni di una strada di paese in pietra, con le colline sul fondo.

Dove

Dove si pratica in Toscana

Le mani che la praticano hanno una capitale netta: Impruneta, in provincia di Firenze, e il suo territorio collinare. Qui l'argilla — ricca di galestro e povera di carbonati — è la migliore d'Italia per la cottura ad alta temperatura, e produce un manufatto resistente al gelo che ha vestito i pavimenti delle ville medicee, i vasi dei giardini di Boboli, i tetti di mezza Firenze rinascimentale. La denominazione Terracotta dell'Impruneta ha tutela istituzionale, e le fornaci storiche ancora attive lavorano spesso da quattro o cinque generazioni. Si pratica anche nel Senese (zona di Petroio, dove il vasaio è tradizione popolare antica) e in zone limitate del Pisano e del Pistoiese, dove l'argilla locale alimentava produzioni domestiche.

Un blocco di argilla rossa in un panno di tela accanto a uno stampo di gesso, mirette, stecche, una raspa, un mazzuolo e una corda.

Come

Le tecniche del mestiere

Le tecniche definiscono famiglie diverse di prodotti. Il vaso da giardino — orcio, conca, limonaia — si lavora ancora oggi con grandi torni o con stampi in gesso che riproducono modelli storici. I pavimenti in cotto nascono da impasti pressati o estrusi e cotti lentamente per giorni. Le statue da giardino seguono procedimenti scultorei veri, modellate a mano o riprodotte da forme antiche. La cottura è il momento decisivo: forni a legna ancora attivi a Impruneta arrivano a 1000 gradi e durano giorni, e la temperatura giusta è quella che dà al cotto la sua tipica risonanza metallica e la resistenza al freddo. Le finiture si fanno con stampi a rullo, decorazioni a mano libera, scuretti dipinti.

Un artigiano lavora il bordo di un grande orcio, fra scaffali carichi di vasi di terracotta e il forno ad arco sul fondo.

Adesso

Il mestiere oggi

Farlo oggi vuol dire stare in un mercato strano. Da una parte c'è una domanda costante di terracotta vera per giardini storici, ville di pregio, restauri conservativi: chi cura un giardino all'italiana sa che il vaso di plastica non sostituisce l'orcio. Dall'altra c'è la concorrenza spietata della terracotta industriale a basso costo, spesso importata, che si rompe al primo gelo ma costa un decimo. Le fornaci d'eccellenza vivono di committenze qualificate, di restauro, di esportazione internazionale verso paesi (Stati Uniti, Giappone, Nord Europa) dove la terracotta italiana è status symbol. È un mestiere che pesa — letteralmente — e che pochi giovani scelgono.

I produttori di questo mestiere

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